L’arco

“Ma che differenza c’è fra crini bianchi e neri?”; mi è stato chiesto qualche tempo fa (ILA Live at Ex-Macelli, Prato, gennaio 2013), non senza mia sorpresa. Adesso – mi dicono – ho un blog: se ho capito bene posso scrivere quel che voglio e ne approfitto per parlare un po’ del mio strumento e suoi dintorni; senza nessuna pretesa di completezza, alla fine dell’articolo risponderò alla domanda …

Il contrabbasso è concepito e costruito per essere suonato con l’arco, pur se la buona resa acustica anche con il più semplice uso delle dita gli ha consentito una certa diffusione anche nella musica leggera (moderna, popolare o come la si vuol definire); chi ha avuto la (s)ventura di seguire una serata di ILA sa che il contrabbassista (io, n.d.r.) fa uso frequente della “bacchetta magica” (come l’ha definita una simpatica bambinetta di poc’anni e mezzo, in occasione dell’esibizione al Geko); questo aiuta la sparuta formazione a diversificare i suoni, ad avere un impatto più corposo, ad aggiungere lirismo qua e là – almeno, così la vedo io, e i miei compari non hanno mai tentato il sequestro né la distruzione dell’attrezzo.

L’arco, o archetto, è in sintesi una bacchetta che mantiene in tensione un fascio di crini di cavallo; fisicamente si tratta di un oggetto rigido e leggero: il materiale “principe” che si usa per la sua costruzione è il legno di pernambuco (albero brasiliano), più di rado lo snakewood (“legno serpente”, a me piace molto); da diversi anni vengono utilizzate con ottimi risultati anche le fibre di carbonio, con indubbio vantaggio per il conto corrente del musicista. I crini, inerentemente ruvidi, vengono cosparsi di pece colofonia (da Colofone, antica città dell’Asia Minore), detta anche pece o colofonia; si tratta di una sostanza adesiva, simile alla resina di un pino, per dare un’idea. Il principio è questo: una piccola frazione dei crini si “incolla” alla corda e se la porta dietro per una piccola frazione di tempo; l’operatore – ché nel mio caso “musicista” mi sembra troppo, però, non si scompone e continua coraggiosamente a “spingere” o “tirare” l’arco (rispettivamente, “lontano da sé” o “verso di sé”), così la corda si “scolla” e si incolla nuovamente alla porzione successiva dei crini, vibrando così, idealmente, in direzione parallela all’arco. Se tutto va bene, vien fuori un suono potente (sensibilmente più che con il pizzicato), rotondo … bello! Un bravo strumentista, poi, è in grado di variare a suo piacimento volume, attacco, tono, in qualche misura anche l’intonazione. Cercatevi su YouTube un video di Catalin Rotaru, per esempio, poi abbiate pietà di me.

Adesso torno alla domanda iniziale: i crini bianchi sono solitamente più sottili e tendenzialmente producono un suono più sottile/gentile, quelli neri viceversa tendono a dare maggior volume e attacco; ovviamente è tutta una combinazione di fattori (bacchetta, pece, corde, contrabbasso … esecutore). Con ILA uso solitamente un arco in pernambuco del compianto Giovanni Lucchi, crine nero, per i brani più “decisi”, e un Matthias Hoyer (F. G. Hoyer) in legno serpente quando cerco di essere lirico.

Alla prossima!

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